Monleale

Il feudo era un territorio, un dominio conferito dal sovrano. Uno staterello sui generis. Come tale Monleale si presenta nel decimo secolo e lo troviamo dipendente dal Vescovo e dai Consoli di Tortona.

Quando Federico Barbarossa scese in Italia per assoggettare i Comuni, Mi­lano e Tortona si opposero. L'Imperatore vinse il noto assedio del 1155, quindi  tolse Monleale a Tortona a cui poi la restituì, come abbiamo visto per gli altri paesi della Val Curone. 
Il colle su cui sorge l'abitato era denominato "della forca" nel senso di valico, passaggio, tra due colli, per la valle attigua. In latino è denominato Mons legaiis. Su questo colle venne edificato il Castello che in un istrumento del 1172 è citato come costruito con fossati e torri, di cui si conservano le fondamenta.

Nel secolo XVI, Monleale con il suo Castello appartiene al Ducato di Milano ed è di tendenza Ghibellina, mentre il vicino Volpedo è partigiano guelfo-francese. Da qui il conflitto, narrato diffusamente nel libro Storie sforzesche di Italo Cammarata. che vogliamo riassumere.

Nel 1500 i Francesi occupano Milano scacciando gli Sforza che erano stati i do­minatori del Ducato quasi interamente per tutto il '400, succedendo ai Visconti. I Francesi restarono padroni della nostra terra per dodici anni e quando dovet­tero ritirarsi lasciarono simpatie e partigiani. Uno dei centri franco-guelfi, come detto, era Volpedo (assieme a Garbagna), mentre all'opposto, sull'altra sponda geografica e politica stava Monleale, ligio agli Sforza. Lo scontro fra le due parti, quindi tra le due borgate, si attua all'inizio del Ducato di Massimiliano Sforza ed esplode in modo tragico specialmente per Monleale, perché da Volpedo il filo-francese Marchese Bernabò Malaspina riesce a salire al colle sovrastante e, con la potenza delle armi, dà alle fiamme il Castello di Mon­leale, con tale veemenza che la distruzione seguita fu definitiva. Possiamo imma­ginare la reazione dei Monlealesi. Frattanto il Duca di Milano, per riaffermare la  sua padronanza, manda nella zona un Commissario, il Battistino, che lascia la se­guente referenza: "Trovai in la terra (paese) i villani indiavolati che gridavan" Bernabò, Bernabò ", e me fecero stare fora con qualche saluto de artelaria".

Ricordiamo che nel secolo precedente, poiché il paese era naturalmente in­difeso, gli uomini di Volpedo si erano adoperati per costruirvi intorno un "serraglio" cioè a serrare lì paese con muri di difesa e fossato, costruiti a regola d'arte sotto la
sorveglianza di un esperto mandato dal Duca da Milano. Il fossato che circondava le mura era pieno d'acqua per un'altezza pari a una lancia, cioè tanto da annegare. Al Commissario Battistino, inviato da Milano, i Volpedesi sbarrano l'unica porta di accesso
cercando pure di colpirlo a sassate. Ma il Commissario, sia pure a stento, riesce a entrare. Ed ecco la sua cronaca, ripresa da Storie sforzesche. "Subito mirato feci, far grida sotto pena di ribellione che mi consegnassero in le mani tutta l'artelarìa,
munizioni et ribelli di Tortona" ivi rifugiati. Il risultato dell'intimazione fu esiguo: "12 mortaletti da ferro, 10 archibugi e 1 barile e mezzo di polvere". In quanto a uomini "si consegno solo un tortonese" nascosto in paese. Il Commissario viene informato
da quelli di Monleale e paesi circonvicini che Volpedo "era ben tornito de artiglieria". Ed egli decide di passare all'azione dopo aver riunito gli uomini del paese per ripetere a voce la minaccia. A mezzogiorno del giorno dopo, 3 Luglio 1513, ordina l'attacco rafforzato da  "300 villani ladri gente di Monieale che voleva vendicare il Castello". L'o­biettivo era: "buttare le muraglie a terra" cioè le cinte di difesa e così arrivare alla massima umiliazione per un paese. Durante l'irruzione trovarono "nella casa di un povero homo 12 barili di polvere e 6 casse di munizioni" e ne segui l'incendio delle case degli individui. inoltre scovarono "ascosi e vestiti da femina quattro ribelli".

Il relatore nota che le mura erano "tanto forti che difficili" per cui la demo­lizione durò tre giorni: il fossato venne messo all'asciutto. Seguì quindi per Volpedo un periodo veramente doloroso con particolari di  cronaca nera: castello e case di abitazione devastati, uomini trucidati o fuggiti. "I poderi si ridussero a sterilità e le viti, in cui consisteva la forza e il nerbo  e la sostanza del paese, per la maggior parte estirpate e tagliate e bruciate dai soldati. E quelle che rimasero stettero per molto tempo incolte per mancanza di  uomini". Si  ebbe il caso che Volpedo da secoli produttore di vino, dovette an­dare a comprarne a Valenza. Tant'è che i volpedesi umiliati notano: "E pensare che vi sono gran quantità di pertiche zerbe, che erano tutte vigne le quali pro­ducevano gran quantità di vino!".

Soltanto nel 1589 si potè pensare a ricostruire la cinta muraria dell'abitato. Il paese dipendeva allora dalla Fabbrica del Duomo di Milano, alla quale, come vedremo, l'aveva donata Perino. Dalla capitale del Ducato vennero due depu­tati con le direttive  "per l'accomodazione della porta ed i muri del ricetto".  Volpedo solo alla fine del secolo riprese la vita ordinaria.
 
Per la cronaca religiosa troviamo che il parroco di Monleale Rev. Padre D. Felice Ravarini, il 1° Agosto 1600, compie a Volpedo la Visita Pastorale per  incarico del Vescovo di Tortona. Verrà prescritto di dipingere le immagini di S. Pietro e del Beato Zanino sopra la porta della Chiesa a spese del popolo.

Profilo storico

Monleale nella forma e nella posizione attuale è stato edificato dal Vescovo e dai Consoli di Tortona. In un istrumento del 1172, 7 novembre si legge: "Marinaro del fu Dodone di Volpedo coi suoi nipoti Bonifacio e fratelli gli del fu Vernacio e Vescovo Oberto di Montemarzino e Teodisio di Columbassi e Rubaldo ed Enrico figli del fu Teti donano ad Oberto Vescovo di Tortona e conte e preside di tutta la terra (Tortonese) il monte della Forca che oggi si chiama Monleale affinchè si edifichi un castello con la villa con fossati e munizioni dello stesso castello e della stessa villa e lo riprendono da lui in feudo".
E difatti già prima del 1174 esisteva un Monicale che Federico Barbarossa tolse ai Tortonesi e poi restituì.

Nel 1408 l'odierno paese era degli Opizzoni. Dal Duca Filippo e Maria Visconti nel 1412 fu dato in feudo a Pierino Cameri, di cui avremo occasione di parlare, con Volpedo, Volpeglino, Sarezzano, Selva e Carbonara. Il di lui figlio lo vendette con altri luoghi ad Antonio Guidobono Cavalchini. Il feudo, a quanto pare, per mezzo di dote passò in parte ai Cane ed ai Calcamuggi e sotto tale consorzio durò fino all'estinzione dei feudi. Poste queste notizie è difficile ammettere ciò che al proposito scrisse il Guasco. Triste fama lasciarono gli ultimi Calcamuggi morti in miseria. Il castello sorgeva sulla parte posteriore ed era munito di tre torri di cui si vedono le vestigia.

In un registro sussistente in quell'archivio parrocchiale si trovano diverse notizie tristi: nel 1771 terribile grandinata che schiantò persino gli alberi e produsse una carestia di tre anni; nel 1778 il Re ordinò che si facesse un magazzino a cui si portassero tutte le granarie da vendere a prezzo di calmiere pena di morte a chi non le portasse.

Nel 1779 una moltitudine di bruchi divorava i raccolti e fu chiamato il Vescovo per scongiurarli; nel 1783 altra carestia a causa di una siccità durata sei mesi; 1792 fallanza generale dei raccolti: il Re fece arrivare granaglie dalla Sicilia; 1796 Napoleone impose una taglia di L. 4000.

Nel 1787 si legge questo lamento: Da che hanno abolito le feste (le soppresse) a richiesta del Re, le cose sono sempre andate male. Nel 1798 i giani innalzarono con l'aiuto dei Francesi l'albero della libertà ed obbligarono a portare la coccarda, pena la prigione.

Nel 1799 i Russi misero una contribuzione di 400 pani, tre brente di vino e 4 bovini sino al nuovo avviso; inoltre i Russi, tutti ladri, spogliarono quanto incontrarono: anche i tedeschi imposero la contribuzione; 1801 primo anno della repubblica piemontese, grande festa ovunque e Messa cantata.

Monleale era comune autonomo, fu soppresso e unito a quello di Volpedo nel 1926 e ripristinato dopo il 1947. L'acqua potabile vi fu condotta nel 1899 e distribuita nelle case nel 1922.

Il Castello

I signori del luogo, appartenenti al consortile supponide - viscontile dei signori di Volpedo, con atto, nel 1172, cedettero al Vescovo Oberto ed al Comune di Tortona un monte già detto "della Forca" e poi soprannominato Monslegalis, affinchè vi fosse costruito un castello con villa e fossati, che venne loro restituito in feudo.
Con il diploma di riconciliazione del 1176 tra Federico Barbarossa ed il Comune di Tortona, il fortilizio veniva assegnato al contado della città. Già feudo degli Opizzoni, nel 1412 la località, assieme a Volpedo, Volpeglino, Sarezzano e Castellaro fu investita dal Duca Filippo Maria Visconti al prode suo capitano Perino Cameri, detto da Tortona, la cui pronipote Despina, figlia di Tristano, ne portò in dote la metà al marito Giulio Guidobono, che ne fu investito nel 1555.
Altra quota, attraveso Ottavia, figlia di Lorenzo Bartolomeo, passò nel 1702 nei Calcamuggi, che ne godettero il possesso sino all'abolizione della feudalità.
Su di un colle, al centro dell'abitato, sussistono le ultime vestigia del castello, che era munito di tre torri.

Chiese e pievi

L'antica chiesa di Monleale probabilmente era situata tra il Monleale odierno e Bersano, in luogo ove la tradizione dice essere esistita una chiesa.
La parrocchiale ebbe titolo di prevostura nel 1789. Il campanile è del 1874. Il cimitero era attorno alla chiesa: fu trasportato in altro luogo nel 1839 e da lì nel luogo ove si trova attualmente nel 1914. Nel 1747 la compagnia del Gonfalone terminava l'erezione del proprio oratorio cui furono impiegati più anni di lavoro: prima ufficiava la chiesa di San Giuseppe. Nel 1789 la chiesa aveva 5 altari, un beneficio di patronato dei feudatari ed ancora la chiesa di San Giuseppe con un altare in ordine: l'oratorio di San Rocco di patronato eredi Matteo Bruno.
Cenelli, in dialetto Sne, è l'antico Assanello ove il conte Adalberto e sua moglie possedevano beni (e forse tutto il paese) che donarono nel 1033 al monastero di Castiglione da loro fondato. Nel 1529 era parrocchia ed aveva un proprio cimitero. Nel 1299 troviamo Iacobus de Valselata clericus ecclesia sancti Petri di Azzenello.

Particolarità

Il Marchese Malaspina a Monleale
Cronaca nera e imprese sentimentali di un prepotente del '600
Sul colle di Monleale, " feudo ove teneva molte delle sue sostanze", signoreggiava intorno alla metà del secolo XVII il Marchese Giuseppe Malaspina, che ivi visse l'ultima parte di vita non da tutti benvoluto, compiendo azioni prepotenti, tra cui una verso una sua "Lucia" di Profigate.Italo Cammarata, che le ha scovate e narrate diffusamente, a buona ragione intitola: " Un Don Rodrigo a Monleale". Malaspina fu infatti buon collega del personaggio manzoniano in imprese e malefatte. Anch'egli aveva i suoi bravi e i suoi Griso.

Solo che il nostro, più avveduto, aveva buoni rapporti con il clero, certamente con il Vescovo. Da buon tattico, era entrato a farne parte con il ricevere la tonsura, allora compatibile con una condotta tutt'altro che ecclesiastica. Aveva pure emmesso i voti di celibato. Risulta che le malefatte giovanili furono attuate specialmente in quel di Godiasco ove "il padre era feudatario per un quarta parte". Sono elencate in un dettaglio del Pretore di Tortona: sequestro di persona a scopo di piacere, ferite plurime per lo stesso motivo, liti col fratello e tentativo di omicidio.

A suo tempo piovvero accuse, ne seguì il processo penale e la condanna: dieci anni di esilio che egli scontò fino al 1672. Al termine, domandata al Vescovo la dispensa per il matrimonio, convolata a nozze, ebbe una figlia, Margherita, e lo troviamo nella seconda metà del secolo a vivere gaudente tra gli ubertosi vigneti posseduti a Monleale, in particolare a Terenzano. Ma come si comportava?

Negli scritti rimasti archiviati a Milano due testimonianze, partendo dalla stessa base e dirette verso la stessa meta, riflettendo la stessa persona, hanno suonate finali ben diverse, anzi contrarie.
Abbiamo un esposto molto dettagliato, scritto senza firmarlo, dal sacerdote don Carlo Frascaroli contenente i seguenti capi di accusa:
- il marchese Malaspina ha fatto rapire Maria Rolandi di Profigate, appena sposata con Cesare Mola e "da quattro anni la tiene pubblica concubina";
- il Malaspina, come aveva già fatto a Godiasco, continua a circondarsi di banditi come Giovanni Bosmenso e Agostino Maschioso di Garbagna;
- ha fatto rapire Dominchina di Anna tenendola nascosta per tre giorni.

L'esposto conclude chiedendo: "al podestà di Tortona o altro ministro di man suprema che astringa detto marchese delinquente a consegnarsi, et poi (il giudice), si porti a Monleale ed ivi prenda le dovute informazioni et prove secondo la qualità dei delitti commessi dal marchese, ma prima farlo ponere al sicuro o farlo levare dalla Patria, altrimenti con le sue solite minacce et autorità intimorerà li testimoni".
Invece, pochi giorni dopo, una deposizione di tre consoli di Monleale dichiara solennemente:" non è mai stato mente dei sudditi di Monleale di porgere alcuna querella né lamento contro il marchese. Anzi acciochè indebitamente non venga travagliato et molestato sopra le solite false accuse attestiamo con giuramento che sempre siamo stati assistiti con tutta benignità et amorevolezza dal Marchese né a nostra notizia è giunto che habbi oppresso alcuno né dato il minimo dispiacere ad alcuno in questa giurisdizione di Monleale".

Frattanto il sacerdote don Frascaroli viene chiamato ad audiendum verbum (a rapporto) dal vescovo e dovrà sostare nelle carceri vescovili a meditare le contrarietà del mondo ed in particolare che non era facile impresa accusare blasonati al potere. Volendo un raffronto con il don Rodrigo manzoniano constatiamo che quello residente nel celebre palazzotto sul colle in quel di Lecco, venendo la peste a far giustizia (come a modo suo commentava don Abbondio) finì i suoi giorni in giovane età, in un lazzaretto assistito da padre Cristoforo; mentre il residente sul nostro colle lo troviamo alla fine del secolo e precisamente nel 1690, ancora a vivere baldanzoso e signoreggiare a Monleale.
Così andava il mondo nel secolo XVII.

I Guidobono, Conti di Monleale
La casata GUIDOBONO vanta discendenza dai potenti signori di Arquata, nel comitato di TORTONA, e godette il dominio feudale di molti feudi. Ebbero la signoria di CASSANO SPINOLA fino dal 1014. Nel 1183 Bernardo GUIDOBONO ottene investitura di parte di TORTONA dal marchese Guglielmo di GAVI. Antonio GUIDOBONO, fu segretario ducale nel XV secolo. Lanfranco e Squarciacampo GUIDOBONO nel 1204 ottenero investitura della terra di Rosano nel territorio di ALESSANDRIA en el 1278 Emanuele GUIDOBONO venne in possesso di PONTECURONE, nel comitato di TORTONA. Con diploma di Carlo III Re di Spagna del 1686 i GUIDOBONO ebbero il titolo di conti di MONLEALE.
Fonte: BIBLIOTECA STORICO ARALDICA GENEALOGICA GUELFI CAMAJANI Fondata nel 1877 dal conte Cav.Guelfo Guelfi Camajani Via Spirito, 27 FIRENZE 50125

I Guidobono sono sicuramente originari di Tortona, piccola, astoricamente città, oggi del sud del Piemonte ma anticamente città romana e successivamente comune autonomo nei sec XII-XIV, prima di far parte del ducato di Milano. Il cognome é ancora relativamente diffuso nel Tortonese. Esiste un ramo della famiglia che nel sec XV aggiunse il cognome Cavalchini che ricoprì importanti cariche sia nel comune autonomo di Tortona e, poi, nel ducato di Milano. Originano da un Antoniotto Guidobono, che nel 1150 fu capitano di Tortona e, come tale, difese la città dall'assedio dell'imperatore di Germania Federico detto il Barbarossa. I Guidobono Cavalchini, a cui appartengo, furono feudatari di numerose località del Tortonese, in particolare, della Valcurone, ove arrivarono a creare un vero e proprio stato, pressoché indipendente nel sec XV. Furono successivamente signori,b baroni, conti, e marchesi di paesi come Brignano, Frascata, Monleale, Volpedo, Castellar Guidobono, Volpeglino, Carbonara Scrivia, ecc.
Fonte: Antoniotto Guidobono Cavalchini - Istituto di alimentazione animale Universitá degli Studi Milano via Celoria, 10 - 20133 Milano

Famiglia assai antica. Cominciò a denominarsi usando il cognome di cui trattiamo, e poi, per il nome di uno dei membri, aggiunse il cognome Cavalchini. Per l'eredità e successione Garofoli i progeniti della casa ne assunsero il casato e l'arma. Fecero prova per Malta, come quarto Cavalchini e Bussetti, de ebbero un cavaliere professo. A prescindere dalle origini favolose che recenti studi dimostrano infondate, della origine cioé Manfredinga di questa famiglia, le prime memorie risalgono a un Giuliano castellano del castello di Porta Giovia a Milano, padre di Cavalchino, castellano pure per i Visconti di S. Angelo in Lombardia, di Lumello, morto a Lodi in data 2 novembre 1426 essendo castellano di quella città. Già prima dell'anno 1400 un ramo si era distaccato dando poi origine ai Visconti conti del Castellaro e Monleale, estinti verso la fine del XIX secolo. I discendenti di Cavalchino I si chiamarono Cavalchino per distinguersi da altri rami della famiglia in allora estinti. Da Gio. Francesco I di Antonio nacque Gerolamo governatore di Novara, di cui ebbe la cittadinanza in infinito per sé e i suoi discendenti. Castellano e governatore di Tortona per Cristierna Duchessa di Lorena, Regina di Danimarca e Signora di Tortona, e di Monsignor Giovanni Battista, Auditore della Sacra Rota.

Guidobono altro ramo
Trae probabilmente questa linea la sua origine da Guglielmo, sposo di Laura Bussetti. Da lui sarebbe disceso Francesco che fu padre di Giovanni Antonio, che ottenne l'aggregazione alle famiglie decurionali di Tortona. Da lui attraverso due gradi di generazioni, discese Giovanni, figlio di Luigi, il quale fu riconosciuto nobile con Decreto Ministeriale. Da lui nacquero Giuseppe Luigi e Annibale. La famiglia risulta iscritta negli elenchi nobiliari col titolo di nobile trasmissibile per linea maschile e femminile in persona di Giuseppe Luigi, figlio di Giovanni, figlio di Luigi.
Fonte: Istituto Araldico dei Conte Ronco